La ragione e la compassione

E’ passato un mese dal primo caso italiano di covid-19 e siamo, per la maggiore, confinati nelle nostre abitazioni. Il clima si fa via via più restrittivo per evitare contagi su larga scala, non ci sono posti in ospedale, non ci sono ambulanze, il personale socio sanitario e tutta la filiera di supporto è al limite.

Certo è un momento che nessuno di noi si aspettava di vivere, anche i più attenti al sottile, si sentiva aria di trasformazione e cambiamento ma certo non ci si aspettava questo scenario. Interessante, il problema è sempre un po’ più lontano da noi.

Eppure ad oggi ci sono ancora guerre, bombardamenti, morti per la fame ma questo era lontano e se è lontano non è mio. Questo pensiero ci ha portato a guardare alla Cina come se il virus fosse un suo problema, ha portato la Francia a dire all’Italia che è un suo problema e così via. Questo virus ci sta mettendo in evidenza qualcosa di molto interessante, il nostro sistema immunitario e la capacità cooperativa di cura.

Il sistema immunitario ci difende dagli agenti esterni ovvero dal pericolo che minaccia la salute e la sopravvivenza, a volte però può diventare un po’ suscettibile e spaventato, quindi tra spinta reattiva e preoccupazione gli capita di aggredire anche delle componenti interne e diventa così autoimmune. Se osserviamo la nostra comunità come un corpo osserviamo un comportamento autoimmune che s’incontra con un corpo sociale non cooperativo.

Ve lo immaginate l’intestino che dice al cervello “io non ti aiuto, non è un mio problema,  d’altra parte il fegato non ha fatto niente…”.

Ad osservare viene un sorriso amaro.  Siamo più impegnati a giudicarci, ad essere arrabbiati, ad avere ragione che a fare qualcosa di costruttivo tutti insieme. Certo che tutti insieme vuol dire che io non sarò visto, che il mio ego non sarà nutrito, che la parte di me ha un bisogno insaziabile di riconoscimento urlerà come un bestia dentro di me per avere attenzione.

vintage card with hand holding flower

Allora è più facile prendersela con la signora in bici che rientra a casa, urlarle dalla finestra “stai a casa, vergogna” e giù un secchio d’acqua. Quella donna stava rientrando a casa dalla farmacia in cui lavora. E’ più semplice guardare all’esterno ora, siamo impotenti, dentro si muove di tutto, per non sentire ci riempiamo di cibo, di social, cerchiamo il colpevole. Ma è davvero tanto differente da prima? Sono i nostri soliti meccanismi, solo più esasperati.

Osservando il senso evolutivo per noi, perché a noi è successo, quindi ci riguarda tutti, possiamo vedere le nostre ombre ingigantite, le possiamo quasi toccare. Ecco che questo può diventare un momento sacro per guardarsi dentro, per guardare quanta ragione cerchiamo in modo cieco dandole più valore del senso cooperativo. E’ il corpo che si pensa come una parte separata dal resto, così facendo non solo non si aiuta nella cura ma crea un’aggravamento nella malattia.

Ora la domanda che cura è: in che modo posso aiutare.

Stare a casa, fare la spesa per chi non può, ascoltare un altro in difficoltà. Non serve essere medici per fare qualcosa, loro fanno tantissimo è la parte del corpo che lavora di più, noi dovremmo essere il resto del corpo che coopera alla guarigione. Questo vuol dire essere uniti, non significa che ci dobbiamo piacere tutti ma che dobbiamo rispettarci tutti. Ci sarà un tempo per riflettere sui motivi di ciò che è accaduto, perché non si ripeta, ma ogni cosa ha il suo momento questo è il momento della compassione, di sentire insieme.

Comment 1

  1. Clara Giancarli
    17 Maggio 2020

    Il contenuto di questo messaggio deve fare riflettere. Il solo fatto di avere compassione per il prossimo da già a chi la prova un flusso di energia benefica, una forma di amore che da luce quello che non puo essere dove c’è rabbia o invidia perché porta solo buio nella vita. Grazie per trasmettere questo messaggio di fratellanza.

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